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Un
ottimo pittore che di Alan Gattamorta è stato maestro, e che ci ha
lasciati per sempre qualche giorno fa, Francesco Verlicchi, ha predicato
la ricerca dell’armonia come fine e come mezzo per esprimersi
artisticamente. “Le
tonalità della musica sono come gli accordi della pittura” amava
ricordare, davanti alle sue composizioni
con le chitarre e i mandolini tra le maschere e
i libri, nastri e lumi, vasi e cestini che parevano vive (altro
che “nature morte”) per il vibrare della luce e per il lieve sfumare
del colore. E
allora, mi sbaglio forse se scrivo che anche i cartacei mosaici di
Gattamorta sono opere che si elevano - proprio come il maestro di
Fusignano pretendeva per se stesso e per i suoi allievi - nella perfetta
sintonia tra estro
inventivo e rigore creativo? E che, senza sbilanciamenti verso facili
bravure di stile e senz’essere vincolato da moventi formalistici,
anche per Gattamorta, come tutti i veri artisti interamente immerso nel
proprio vivere, l’equilibrio compositivo costituisce una prerogativa
essenziale dell’opera, dalla nascita al suo sviluppo nell’indefinito
spazio dell’astratto-concreto? Forse
è questo lo stato di sospensione nel quale, secondo l’intenzione
dichiarata dal nostro pittoscultore, da sempre avvezzo all’autopresentazione,
anche nell’ultimo suo ciclo di lavori dovrebbe potersi specchiare la
“normalità” della realtà che ci circonda? Sabina Ghinassi, che a mio avviso sull’opera di Gattamorta ha proposto finora i migliori spunti critici, scrive d’un tempo non misurabile nel quale si consuma la trasformazione di un qualsivoglia oggetto della nostra quotidianità e della nostra consuetudine in sostanza poetica “da afferrare e possedere sino in fondo per comporre e decifrare il mondo”. Come dire che il lavoro dell’artista cesenaticense può essere iscritto in uno dei flussi lirico esistenziali della creatività del nostro tempo, se anche nelle opere presenti in questa mostra alla Galleria Carbonari, dalla disgregazione della materia alla sua ricomposizione, il segno di riconoscimento che più si coglie è il profilo preciso, intatto ed integro, di una condizione reale persistentemente e tenacemente vivifica. Certo,
per coglierne tutto il loro significato si dovrà scavare più a fondo
nella personalità visibilmente complicata del loro autore. O forse sarà
ancora una volta Alan Gattamorta, praticante artista della parola, a
voler rivelare a noi tutti l’artista dell’immagine che è in lui. Ma
è chiaro intanto che solo dal suo talento, dal suo senso della forma e
del colore, della materia e della luce, una speranza d’esistere va
originandosi per queste essenze musive, fragili brandelli d’anima
altrimenti destinati al cestino della vita. Orlando
Piraccini
Cesena, 25 ottobre
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