Capitolo  1
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           Le cose così come sono

                                                                                   Se non ti permettono di fare
                                                                                       una cosa, fanne un'altra.
                                                                                                                                                       Un amico molti anni prima

Nella scuola che frequentai venivamo accompagnati a conoscere dipingendo. Eravamo molto giovani e per noi, la pittura era come il ballo. I primi rudimenti illudevano di poter legittimare le fantasie, non dubitavamo di nulla, e una sempre maggiore intensità suggeriva di meglio. Pensavamo che tutto fosse così come ci sembrava, credevamo di essere liberi e non ci veniva effettivamente imposto alcun obbligo ma, la prova del foglio vincolava alla realtà, così fu presto evidente che non sapevamo approssimarne nessuna. Strano. Pareva strano che le nostre rappresentazioni non arrivassero ad evocare gran che, mentre invece coi caratteri indicati dal maestro riuscivamo a trasferire in immagine ciò che avvertivamo guardando. Ad esempio: l'insegnante di disegno dal vero portò in aula della selvaggina, le bestiole facevano compassione, e fra molti soggetti scegliemmo tutti subito quello. "Era ora!" dicevamo "Ecco finalmente un tema emozionante, che ci consentirà di poter fare sul serio."

I paperi erano belli, la morte li rendeva struggenti, il professore ci consigliò di considerarli soprattutto come macchie bianche. "Macchie bianche?" mugugnammo scandalizzati "Per chi ci ha presi? Non è mica la solita zuppiera diroccata, ci crede forse insensibili?"

Ci applicammo col massimo impegno, però fu presto evidente che le nostre annotazioni edulcorate risultavano inutili, che le zampine rattrappite non comunicavano nulla, e che l'unico dato capace di rendere la drammaticità delle salme, neanche a dirlo, era la scansione violenta del candore dei petti. Strano. Stranissimo. Non riuscivamo a capacitarcene, perché pur sapendoci inesperti ci credevamo spregiudicati ma, ad ogni tentativo di raccontare l'emozione di qualsiasi cosa, scoprivamo di saper individuare soltanto i tratti convenzionati della sua riconoscibilità, per cui, a lungo andare, la sistematica constatazione del nostro conformismo, ci fece consapevoli di non capire niente. Quella, fu un'acquisizione fondamentale; poi la pittura ci abituò a distinguere il carattere delle presenze, così, poco alla volta inavvertitamente, cominciammo a guardare senza supporre.

Dato che l'effettività del visibile non stava mai dove pensavo che fosse, cercavo di evadere i soliti modi di rilevarla, e a forza di insistere nell'esercizio di strizzare gli occhi, rovesciare il quadro od osservarlo invertito allo specchio, davanti a ciò che mi piaceva presi l'abitudine di domandarmi: "Cos'è, che mi appassiona lì dentro, cos'è, che mi colpisce?"

"Che cos'è?" chiedevo al maestro "Quello che preferisci!" rispondeva.

 

*

 

L'uso di guardare le cose al solo scopo di ritrarle trascinava alla voluttuosità subacquea di ficcanasare dappertutto; l'osservazione insistita svelava sempre aspetti inattesi; l'esercizio pratico fluidificava il gesto, abituava a considerare molti fattori simultaneamente, aiutava a custodire l'emozione e insegnava a soppesare da una certa distanza.

Attraverso la pittura, si riconosceva l'impulso che precede il pensiero.  Intrattenendomi con segni e colori iniziai a ragionare soprattutto con quelli, il mio sapere era figurato,  e non me ne rendevo conto.

Cominciai a notare un indecifrabile non so che. Strisciava lungo il bordo di uno strappo o si acquattava in uno spazio vuoto, non sapevo assolutamente comprenderlo, però cominciavo a fissare il suo incanto.

 

*

 

Con la grafica delimitavo i confini, segnalavo l'aggravio dei pesi, illustravo la qualità delle sostanze, la luce e molte cose ancora. Il mio tavolo era affollato di attrezzi. Per variare la traccia usavo bastoncini appuntiti, penne d'oca e di gallina, cannucce da bibita, canne sfrangiate, vecchi spazzolini da denti, pezzi di carta, quadrelli di gomma, stracci, spugne, spatole, ecc. Apprezzavo la risolutezza del nero. Mi piaceva saettato, rotto, rabbrividito. Lo gradivo velato nell'impronta ariosa del carboncino, accompagnato alla perlatura della matita o avviticchiato alla vischiosità dei pastelli. Mi piaceva l'assortimento di tutto, e sopra ogni altra tecnica preferivo l'acquarello.

L'acquarello ha un palpito luminoso.

Accompagnando il liquido a sedimentare in velature, mi ero fatto attento alle loro necessità. Adoperavo la pasta in tubetto che consente delle colorature intense, la mia tavolozza era un vassoio di plastica. Miscelavo le tinte con un pennello della grossezza appropriata, consideravo la concentrazione del pigmento, soppesavo il quantitativo d'acqua trattenuta dalle setole, poi voltolavo il liquido rapidamente sul foglio badando bene che  la mossa risultasse subito definitiva, perché  dopo l’atterraggio le particelle di colore si accalcano dentro i pori della carta impigliandosi alle sue minime sporgenze, e se si tenta di modificare la distribuzione del deposito, si ottiene lo stesso effetto che si produce sulla tovaglia quando si spazza la cenere colla mano.

L'acquarello è fatto di luce, e la stilla deve adagiarsi perfetta. La macchia va corteggiata però bisogna evitare la ripetizione insistita, vi si può imperversare con molte sostanze, ma si deve procedere risolutamente. Le pennellate zuppe ondulano il supporto, le scariche si sfilacciano inconsistenti, il carboncino strappa, mentre  l'inchiostro solido pattina sicuro. Ogni gesto deve trovare il suo giusto momento e, il pennino che interviene in anticipo, se incappa in una goccia fa un ragno orripilante.

Da un  punto di vista tecnico i miei acquarelli non erano da considerarsi precisamente degli acquarelli, ma non è questo che conta. Erano il mio violino! E da un certo momento in poi, mi convinsi di aver imparato a suonarlo.

A torto o a ragione, mi reputavo un pittore. Lo arguivo da come sapevo bilanciare una campitura con un capello, o fidanzare un formaggio con l'ombra di una bottiglia, perché in quella coniugazione di generi diversi, identificavo la qualità che vagheggiano gli artisti.

Padroneggiavo un ampio repertori di opzioni, preferivo la bellezza delle cose senza importanza, dipingevo dei soggetti esigui; mi incantavano, mi incuriosivano, non potevo resistere e non cercavo di trattenermi, per cui osservando casualmente un nocciolo di ciliegia capitava che dicessi: "Toh! ma guarda com'è particolare." poi ancora "Ma guarda la strana meraviglia che mi procura quel niente." poi di conseguenza "Perché il piacere dei segni, mi colpisce lì maggiormente che altrove? Dev'esserci una seduzione speciale, andiamo a vedere. " Talvolta raggiungevo il mio scopo, ma il dipinto non spiegava mai dove fossi.

 

*

 

Vivevo in una città che non era la mia, abitavo in un appartamento con un lunghissimo corridoio, dipingevo tutto il giorno. La casa traboccava di opere, ma la loro rivisitazione palesava un progressivo distacco da tutto.

Cominciavo a preoccuparmene. Ero passato dagli animali agl'insetti, poi da quelli ai fiammiferi spenti, la pittura astratta non mi attirava e non sapevo ormai più cosa fare. Avevo costruito mobili e soprammobili, ritratto alcuni miei manufatti poi fabbricato aggeggi con dei pezzi di quadro. Mi osservavo riflesso dovunque, e non mi sopportavo più. Mi mancava l'azione, ero a corto di soldi, sarei andato a fare il cuoco in Nord africa, ma non mi assunsero.

Un pomeriggio che non trovavo il soggetto strofinai sconsolatamente un dito sporco sul foglio, poi pressai tutt'intera la mano. Cominciai a dipingere delle impronte. Mi piacevano. "Ancora una," dicevo "ancora una, poi basta! Questo tema si può trattare una volta soltanto, e questa sarà la firma che appongo al termine. Adesso basta. Quello che volevo dire l'ho detto, non mi ha ascoltato nessuno e ho pazientato abbastanza. Ancora una! Ancora una, poi basta." E dopo averne fatte parecchie, tornai a Cesenatico.

 

*

 

Eravamo stati avvertiti. Ci dicevano: "Vi sposerete, lavorerete, sarete stanchi, vi mancherà il tempo e smetterete di dipingere." oppure "Replicherete fiaccamente quello che vi verrà chiesto, e diverrete infelici e somari." L'ammonimento pareva sensato, così mi preparai a non cedere un metro. Scavai fossi, piantai paletti, proffersi giuramenti e minacce a me stesso. Mi difesi con ostinazione se non addirittura con metodo, mi capitò la fortuna di non venire mai costretto né tentato abbastanza, però finii ugualmente per stancarmi.

Dai 14 ai 31 anni avevo condizionato ogni scelta alla pittura. Le avevo dedicato il mio essere immaginando di non poter vivere senza, invece, stavo abbastanza bene. Paventavo un soprassalto di nostalgia, ma stavo benone, e per racimolare un po' di moneta andai a fare il bagnino di salvataggio. Quello sì, che è un lavoro invidiabile, lo abbandonai però quasi subito, e mi diedi a fabbricare mosaici. 

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