Capitolo  8

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           Le cose così come sono
                                               parte seconda

L'avevo sparata davvero molto grossa. "Ho detto: è una cosa così com'è!? E sì, l'ho proprio detto, ma come l'ho detto? L'ho detto tanto per dire, o l'ho detto con convinzione? L'ho detto alla leggera come eravamo soliti a scuola, o a causa delle letture che frequento da un po'? L'ipotesi più probabile, è che si tratti di una coincidenza ma, le coincidenze di questo tipo, che tipo di coincidenze sarebbero?"

Lì per lì, dopo aver detto "è una cosa così com'è", ero trasalito come alla vista di uno spettro. Mi dicevo: "E quella, sarebbe una cosa così com'è? Non mi sembra possibile!"

Non sapevo più che pesci pigliare, perché le cose così come sono in qualche modo supponevo che fossero ma, dal momento che ognuno le interpreta alla propria maniera, credevo non le vedesse nessuno. E' risaputo! E a chi fa il mio stesso mestiere, è addirittura evidente: "Una cosa così com'è? Ma figuriamoci: posso rappresentarle come voglio, so di vederle per come le penso e riesco a pensarle anche alla maniera di altri, per cui, sono sicuro di non conoscerle." Questo, pensavo, e ciò nonostante, le caratteristiche della scultura appena compiuta mi sembravano vagamente apparentabili alle ponderatissime definizioni delle cose così come sono che incontravo da qualche tempo, e oltre a questo, stimavo di dover tenere in gran conto la mia prima esclamazione spontanea. "Sarà poi stata veramente spontanea?" mi chiedevo "Mah? è improbabile, però stavo all'erta, ed è strano che mi sia scappata. E' stata più forte di me. L'ho detto, l'ho detto! l'ho proprio detto! Ho definito quella ceramica così com'è, tuttavia non saprei con che spirito. Ma come l'ho detto?"

 

*

 

L'abitudine di qualificare alcune cose così come sono, l'avevo acquisita a scuola molti anni prima, però altrove la definizione non veniva compresa, tant'è che in seguito non ne feci più uso. Era un motto gergale. Era un modo di dire in voga fra noi allievi, per definire la qualità particolare di certi elaborati che, pur mostrandosi indefinibili, riuscivano ad imporsi con la stessa disinvoltura degli oggetti conosciuti. Eravamo soliti utilizzare quella frase per risolvere il contrasto fra l'accettazione dei sensi e le perplessità della ragione, e preferivamo comporre il conflitto a scapito di quest'ultima, perché se una forma indecifrabile riusciva a mostrarsi come quelle note, ci pareva giusto accoglierla. Era come se dicessimo: "Se non si lascia pensare, non pensiamone nulla, e dal momento che riesce a sembrarci, accettiamola come le altre che conosciamo."

Ovviamente, dispensavamo quella franchigia senza risparmio, ed io che mi sono sempre lasciato trascinare dal vezzo delle semplificazioni drastiche, a quel tempo promuovevo praticamente di tutto. Esagerare, mi è sempre piaciuto; tuttavia, più della propensione all'eccesso, all'identificazione del così com'è quasi dovunque, concorreva la pratica della pittura. Era sconcertante! Dipingendo mi ero accorto che se per rappresentare il soggetto utilizzavo le caratteristiche suggeritemi la mente, ottenevo delle approssimazioni stereotipate, mentre per poterlo centrare, dovevo guardarlo come se non lo avessi mai visti prima: come se non possedessi nessuna cognizione di ciò che desideravo ritrarre, né di me stesso impegnato a provarci, e a quelle condizioni, capitava di cogliere una strana bellezza.

Col passare del tempo mi accorsi che il così com'è veniva avvertito da molti e distinto da pochi, a chi non lo sapeva notare non ne facevo menzione, quindi non lo nominavo praticamente mai e, quando proprio mi trovavo costretto, adoperavo la parola arte che proferivo sempre mal volentieri.

"Cosa sarà poi quest'arte?!" mi dicevo "Sarà un abbaglio, un imbroglio, un miscuglio di questo con quello più il loro contrario, un gelato di pesce, un arrosto di frutta, tuttavia, se si trattasse soltanto di questo, almeno, non finirei nei miei lacci, invece a volte ci casco, e resto sbigottito a osservare quel non so cosa." In somma: ero certo di quell'entità, però non riuscivo a comprenderla.

Sull'arte, avevo udito anche delle affermazioni sensate, ma i commenti erano sempre ricavati dall'effetto suscitato da un'opera o riferiti al modo suo particolare di indurne, mentre invece sull'ingrediente che mi sembrava renderle attive, non avevo mai ascoltato nulla di passabile. Mai, mai, e poi mai! Finché un giorno interessandomi d'altro, lessi più o meno scritto: "Se non te ne importa niente di niente, vedi le cose così come sono".

 

*

 

Sono cresciuto in riva al mare, detesto allontanarmene, reputo improduttivi gli sconfinamenti, per cui ad esempio, non ho mai voluto inforcare gli sci, però, dopo aver più volte notato un'affinità fra i miei disegni e quelli Zen, decisi di conoscerne i presupposti. Consultai qualche testo in proposito, senza capire nulla. Vi si facevano dei panegirici a proposito di un'esperienza che non poteva essere riferita, perciò cominciai a spazientirmi; tanto che se non mi fosse capitato di leggere alcuni specialissimi raccontini, avrei sicuramente cestinato l'argomento. Erano soavi!

 

110 storie Zen / Adelphi

 

 

          Ah sì?

 

 

Il maestro Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita. Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era in cinta.

La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin. I genitori furibondi andarono dal maestro. "Ah sì?" disse lui come tutta risposta. Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine.

Si procurava dai vicini il latte e tutto ciò che serviva al piccolo. Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce. La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino. Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: "Ah sì?".

 

 

Quell'Hakuin mi piacque talmente tanto, che reputai speciale anche chi ne avesse eventualmente inventato la storia.

 

 "Lì, c'è qualcosa!" mi dissi e, quando scorsi un libro titolato "La porta senza porta" pensai: "Questo passaggio, starà dalle parti del farlo senza farlo, ed io che vi bazzico, dovrei poterlo trovare" Lessi il volume, comprendendo addirittura meno del solito.

 

La porta senza porta / Adelphi

 

 

          Il corto bastone di Shuzan

 

 

Shuzan mostrò il suo corto bastone e disse: "Se questo lo chiamate un bastone corto, vi opponete alla sua realtà. Se non lo chiamate un bastone corto, ignorate il fatto. Orbene, come volete chiamarlo?".

 

 

Commento di Mumon: se voi lo chiamate un bastone corto, vi opponete alla sua realtà. Se non lo chiamate un bastone corto, ignorate il fatto. Esso non può essere definito con parole e non può essere definito senza parole. Ora dite presto che cos'è.

 

 

Alzando il suo corto bastone,

Diede un ordine di vita o di morte.

Positivo e negativo intrecciati,

Neanche i Buddha e i patriarchi possono sfuggire a quest'attacco.

 

 

"Se non ci riescono loro, figuriamoci io!"

Se non avessi tanto ammirato il comportamento di Hakuin e gli acquerelli di qualche suo collega, avrei lasciato perdere, e se non fossi stato un cultore del farlo senza farlo, non sarei riuscito a riconoscere nemmeno quel dirlo senza dirlo.

"Ma dire cosa?" mi domandavo. Era avvincente! I discorsi imperscrutabili mi facevano solitamente arrabbiare, ma quelli sembravano diversi:

 

 

          Joshu lava la ciotola

 

 

Un monaco disse a Joshu: "Sono nuovo del monastero, ti prego di insegnarmi". Joshu domandò: "Hai mangiato la tua zuppa di riso?". Il monaco rispose: "L'ho mangiata". Joshu disse: "Allora faresti bene a lavare la tua ciotola". In quel momento il monaco fu illuminato.

 

 

Era come incontrare dei raccoglitori carichi di sporte piene, chiedergli "di che" e sentirsi rispondere "di niente" però, si trattava di un niente particolare. Se avessi incrociato la solita esortazione a fare a meno di tutto avrei sbattuto la porta, ma quei fratacchioni asserivano di saper dormire quando avevano sonno e mangiare quando sentivano fame, quindi, non li giudicavo nemmeno bislacchi, e le loro scombinatezze, mi sembravano come i quadri che piacciono soltanto dopo un po' che li guardi.

Di quegli scritti, mi convinceva la coerente imprevedibilità, e l'impressione che trattassero di pittura, mi spinse a leggerli con molta attenzione.

 

 

          Uno sconosciuto senza barba

 

 

Quando vide un ritratto del barbuto Bodhidharma, Wakhuan protestò: "Perché quello non ha la barba?".

 

 

 

Commento di Mumon: Se volete studiare lo Zen, dovete studiarlo con il cuore. Quando raggiungerete la realizzazione, dev'essere la vera realizzazione. Per vedere il grande Bodhidharma, dovete avere la sua faccia. Allora una sola occhiata sarà sufficiente. Ma se dite di averlo incontrato, non lo avete mai visto.

 

 

Non si dovrebbe discutere un sogno

Davanti a uno sciocco.

Perché‚ Bodhidharma non ha la barba?

Che domanda assurda!

 

 

Bodhidharma non sapevo chi fosse, però Mumon parlava come un pittore e Joshu lo stesso.

 

 

          Una quercia in giardino.

 

 

Un monaco domandò a Joshu perché mai Bodhidharma fosse andato in Cina. Joshu disse: "Una quercia in giardino".

 

 

Commento di Mumon: Se uno vede la risposta di Joshu chiaramente, non c'è nessun Buddha Shakyamuni prima di lui e nessun Buddha futuro dopo di lui.

 

 

Le parole non possono descrivere tutto.

Il messaggio del cuore non può essere enunciato in parole.

Se prendi le parole alla lettera sarai perduto.

Se cerchi di spiegarti con le parole, non

Raggiungerai mai l'illuminazione in questa vita.

 

 

"Una quercia in giardino?!"

Di quelle risposte visive, gradivo lo stacco asciuttissimo dell'immagine che non veniva usata per puntellare una tesi, ma per sbalzare l'interlocutore al cospetto di un'immanenza particolare, ed io, credevo di distinguerla: "Una quercia in giardino? Come no! Se mi si addita una quercia in quel modo, capisco bene, cosa mi si invita a guardare. Lo vedo e come: è il mio mestiere mostrarlo!"

Nella maggior parte dei dialoghi, delle affermazioni e delle storie Zen, non scorgevo nessun costrutto, però episodicamente in alcuni, mi pareva si discutesse d'arte. Sospettavo che ci si riferisse allo stesso niente e di più che si catalizza nell'opera ma, di quella non avevo mai scoperto il recapito, mentre quei monaci sembravano addirittura abitarci. Mi sentivo partecipe del soggetto dei loro discorsi e non riuscivo ad individuarne il contesto, perché del nuovo che non si sa, si coglie soltanto ciò che già si conosce. Da principio si dissotterra una caffettiera, un osso, dei mezzi mattoni, gli aggeggi posano noti e spaiati, poi bisogna scoprire che nesso li lega. Normalmente basta vagliarli con qualche setaccio, tuttavia per lo Zen non ne va mai bene nessuno, perché la sua pepita è dovunque, e le occasioni di trovarla sono personali.

Finché una parola non trapassa l'ombrello, capita di restare indifferenti ad un diluvio di spiegazioni. Io, fui colpito da questo frammento:

 

 

Leonardo Arena, storia del buddismo Ch'An, Oscar Mondadori, pag. 126.

 

 

Di solito siamo attratti o respinti dalle cose, perché la mente ce le presenta come piacevoli o detestabili. In questo stato d'animo pensiamo che esse siano veramente come le vediamo, e non ci accorgiamo di deformare la realtà in base ai nostri desideri o alle nostre avversioni.

 

"Apriti sesamo!" dissi "E' verissimo! La diversità dei punti di vista è arcinota a chiunque, ma adesso che mi viene così chiaramente spiegata la forzatura esercitata da tutti, ora come mai prima, sono certo che travisiamo il così com'è dei nostri soggetti che, in se stessi non sono evidentemente nostri, né soggetti alla nostra attenzione. L'equivoco, è manifesto! Tuttavia, anche ritenendo la personalizzazione ineluttabile, mi stupisco che gli artisti, i quali cercano ed amplificano le particolarità della loro visione nell'opera, poi dentro quella in qualche misura, eludono la rilevazione egocentrica citata qui sopra."

Ad esempio: "E questo che hai fatto, cosa sarebbe?" chiedevo provocatoriamente ad un amico pittore.

"Ma che domande mi fai?! Dimmi come ti sembra, piuttosto!

"Ah, sei sempre tu, non c'è dubbio, però, ti vedevo meglio nei quadri dell'anno scorso."

"Dici? Forse hai ragione. Cosa vuoi che ci faccia: intravedo non saprei dirti cosa, e sto ancora tentando di metterlo a fuoco."

"Ma chi glielo fa fare?" mi chiedevo ogni volta che l'incontravo "Chi potrà mai capirlo? Suppongo di riuscirci io perché conosco da tempo sia lui che la presenza che insegue, ma se neppure noi sappiamo distinguere ciò che ci incanta in molte maniere diverse, chi potrà intenderci? Chi potrà supporre, che non raccontiamo soltanto i fatti nostri? Chi potrà credere, che inseguiamo un sapore che ci porta quasi a dimenticarci? Accidenti! Se non riusciamo a chiarire la faccenda, non ci capiremo mai."

 

*

 

Tutti noi osserviamo in molti modi differenti, ma chi non si applica a conoscere il proprio, non sa quanto sia difficile scovarlo. Quelli che non provano, se ne fanno un'idea completamente sbagliata, tant'è che alle volte, ho persino udito affermare: "Se sapessi dipingere le mie fantasie, farei dei quadri bellissimi!"

"Eh no!" sbottavo "Scordatelo! Dalle tue fantasie non ricaveresti un bel niente perché sono prive di forma, e se tentassi di dargliene, ti accorgeresti di saper immaginare soltanto quello che ti è già stato mostrato. Prova, prova! Prova diecimila volte con altrettanti disegni, e vedrai."

"Tu che ti esprimi" mi è stato anche detto "Chi, io? Io, chi?! Ma neanche per sogno!" avevo ribattuto. Cosa dovevo rispondergli? L'affermazione del tizio, poteva dirsi anche giusta però, conoscendo la sua identificazione del sé, e non volevo che mi credesse intento alla figurazione di qualcosa di simile, perché riconoscersi nel proprio pensiero o nella propria automobile, mi sembrava pressappoco lo stesso, e quello di esprimere ciò che reputavo soltanto un attrezzo, mi pareva un pallino da squilibrati.

 

 

          Bodhidharma placa la mente

 

 

Bodhidharma sta seduto con la faccia verso il muro. Il suo futuro successore sta in piedi nella neve e gli porge il proprio braccio troncato. Grida: "La mia mente non è in pace. Maestro placa la mia mente".

Bodhidharma dice: "Se mi porterai quella mente, te la placherò".

Il successore dice:"Quando frugo la mia mente non riesco a trattenerla".

Bodhidharma dice: "Allora la tua mente è già placata".

 

 

 "Bravo Bodhidharma! hai detto bene! quel pivello, confonde forchetta con polpetta.

 

 

Se sai, sei perduto, se non sai, sei perduto lo stesso.

 

 

 "Per Bacco! E allora, come se ne esce?"

 

 

Se volete superare questa barriera, dovete sentirvi come se beveste una palla di ferro rovente che non potete né inghiottire né sputare.

 

 

 "Sempre più difficile!"

 

 

E' semplice: basta non scegliere!

 

 

*

 

Lo Zen, è un'esperienza di superamento del meccanismo di discriminazione del pensiero razionale definito dualistico, che viene ritenuto responsabile di indurci a deformare la realtà con una categorizzazione estranea all'approccio naturale del nostro spirito. Per dualistico si intende quel modo di porci al centro di ogni rilevamento, e di concettualizzare l'intorno per la sua relazione nei nostri confronti.

Il dualismo, ce lo insegnano da piccoli: "Lascia stare, non toccare, quello è pappa, l'altro è cacca!" Così il moccioso impara a schivare la stufa, ma rimane scottato per sempre, perché da lì in poi comincerà a dividere tutto in caldo e freddo, buono e cattivo, bello e brutto eccetera eccetera, via di questo passo con tanto vantaggio da non accorgersi di effettuare un'astrazione utilitaristica, che impronterà la sua visione del circostante fino all'estremo di fargli perdere la capacità di rapportarsi disinteressatamente, anche quando non c'è l'impellenza di fare il contrario.

Quell'analisi mi parve subito condivisibile perché, attraverso l'intermediazione del quadro, avevo già più volte notato la riduttività del nostro modo di relazionarci all'esterno. Ovviamente, avevo riconosciuto soltanto alcuni travisamenti altrui, perché accorgersi dei propri, è molto più difficile.

Osservavo ad esempio che davanti alle sportine di cellofan, ai mozziconi di sigaretta o ai fiammiferi spenti che dipingevo, gli spettatori smaliziati facevano finta di nulla, però fra loro capitavano anche i miei amici, così succedeva che questi premurosamente mi domandassero: "Perché fai sta' roba?" "Perché, non ti piace?!" "Sì, mi piace, però, non capisco la tua predilezione per le schifezze." "Schifezze?… Quali schifezze? Ti sembra che i miei acquerelli puzzino di posacenere?!" "No di certo!" "E allora, dov'è il problema?" "Problema? Quale problema? I problemi, ce li avrai tu, perché nel mio salotto, non appenderei mai nessun genere di mozziconi."

C'era poco da discutere. Avrebbero potuto incorniciare chissà cosa, ma non un posacenere. Era chiedere troppo. Lo sapevo. Non comprendendo io stesso le mie preferenze, non mi aspettavo che le condividessero gli altri. Mi avrebbe stupito il contrario! Non le aveva accettate nemmeno il mio maestro.

Ci ripeteva: "In arte, il brutto non esiste, e ai fini dell'opera, il soggetto non è rilevante!" Ce lo ripeteva continuamente, tant'è, che un giorno gli dissi: "Va bene! Se le cose stanno così, dipingerò questo mozzicone schiacciato." "No!" ribatté "Quello, non si può!" "E perché?" "Perché‚ no!" Con suo mal celato sollievo, il primo mi riuscì molto brutto, ma anche ventisette anni dopo quando gli mostrai gli ultimi mozziconi ritratti, ancora, non mi fu possibile convincerlo dell'irrilevanza del soggetto.

 

*

 

il bordo del posacenere circoscriveva un'arena di cenere grigia, i mozziconi bianchi e arancione spiccavano con violenza,  e  quando mi stancavo di una configurazione,

 scuotevo il recipiente e ricominciavo a dipingerlo.

Quei mozziconi mi sembravano magnifici e, in un secondo tempo, nel rifiuto a priori di chi li guardava, distinsi gli effetti della discriminazione dualistica.

Accorgersi che quella procedura dilagava fuori dall'argine della sua funzione pratica, era abbastanza semplice, però restava poi da scoprire quanto fosse radicato l'equivoco, e quale dimensione si incontrasse in seguito.

Da ciò che mi parve di capire, lo Zen, a differenza delle altre formule interpretative dei fatti e delle cose, più che propugnarne una propria, si indirizza a smascherare certi vizi tipici del nostro modo di elaborarle e, quel superamento,  sembra che  porti   ad acquisire  consapevolezza   di  ogni

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 istante di vita, e a compenetrare esistenzialmente anche i gesti più semplici.

Mangio quando ho fame e dormo quando ho sonno. "Oh, si!" pensavo "Reputo sensato il comportamento e trovo spregiudicatamente pragmatico il proponimento, tuttavia, quella libertà scaturisce dal distacco, e quest'ultimo viene qui coltivato con la rinuncia alle donne, ai cibi gustosi, al vino e alle passioni in genere, e oltre al lavoro e alla meditazione, non resta praticamente più niente. Bisogna prendere coscienza di ogni singolo respiro,  quindi sospetto che non si possa neanche fumare, e tutto questo, per cosa? Per non avere più paura della morte e dover poi morire lo stesso? Ma allora, chi se ne frega! Dovrei forse sorbirmi la dieta per interrompere il ciclo delle reincarnazioni? Preferirei piuttosto prenotarmi! Per cui, cosa offre, stò Zen? Nulla! Lavare la ciotola, camminare, zappare ed essere sempre presenti a ciò che si compie senza lasciarsi distrarre dal pensiero di qualcos'altro, che sarebbe anche pacificante, ma poi arrivano i salumai ad appiopparti il marmocchio e non li puoi nemmeno prendere a calci in culo, perché per poter realizzare lo Zen, bisogna accettare tutto quello che capita. No, no! Non mi si confà! Credevo di averci a che fare, ma devo essermi sbagliato."

 

Ho certe collere irrefrenabili! disse l'allievo "Maestro, come posso guarirne?" "Hai qualcosa di molto strano davvero" rispose Bankei. "Fammi dunque vedere di che si tratta." "Bè, così su due piedi non posso." "Quando potrai?" "Salta fuori quando meno me lo aspetto" "Allora, non dev'essere la tua vera natura, perché se lo fosse, potresti mostrarmelo in qualunque momento. Quando sei nato non l'avevi, e non te l'hanno dato i tuoi genitori. Pensaci un po' sopra".

 

"Non c'è bisogno, ci ho già pensato! Tant'è che per potermi arrabbiare quanto mi pare, da molto tempo faccio già tutto quello che posso."

 

 

          Uccidere

 

 

Un giorno Gasan istruiva i suoi seguaci: "Quelli che parlano contro l'assassinio e che desiderano risparmiare la vita di tutti gli esseri consapevoli hanno ragione. E' giusto proteggere anche gli animali e gli insetti. Ma che dire di quelle persone che ammazzano il tempo, che dire di quelli che distruggono la ricchezza e l'economia pubblica? Non dovremmo tollerarli. E inoltre, che dire di uno che predica senza l'illuminazione? Costui uccide il Buddismo".

 

 

 "Sono d'accordo! Tuttavia, dato che lo Zen si realizza di là dai processi di distinzione dualistica che caratterizzano i nostri percorsi intellettivi, chi ne parla non lo conosce e chi lo conosce non ne parla, perché ciò che si può dire razionalmente in proposito non è Zen, e quello che è Zen, pare irragionevole.

Per spiegare lo Zen, il maestro attende che l'allievo si sbilanci ad asserire qualcosa, poi lo travolge con un anacronismo che rimarca la categoricizzazione implicita nell'affermazione dell'adepto. Il tapino finisce sistematicamente a gambe all'aria, si accorge di essere sempre inconsapevolmente condizionato da un modulo di rilevamento preconcetto, comincia a percepire una dimensione diversa, dopo un lungo tirocinio se ce la fa vi si trasferisce, e quel trasloco è chiamato satori.

Nella comprensione dello Zen, pare che non ci siano vie di mezzo: o si capisce tutto, o non si capisce niente; per cui, prima dell'illuminazione o satori, ci si dibatte nel samsara delle illusioni mentali, poi ad un tratto, si dovrebbe raggiungere una consapevolezza inusitata, che mi sembrava assolutamente incredibile. "Ma quando mai?" mi dicevo "Chi è mai riuscito a capire tutto anche di un solo argomento, e per giunta ad un tratto?! Questa, non me la bevo! Ed inoltre, per riguadagnare l'originarietà delle mente, credo sia meglio non dimenticare la bestia, poverina. Dovrei convincere la mia a disinteressarsi persino della sua stessa sopravvivenza? Non ci penso nemmeno! Tuttalpiù, potrei tentare una sfoltita delle distinzioni superflue ma, questa discriminazione ulteriore avverserebbe la volontà di evitarle, e per conciliare il contrasto riconosco la necessità di coltivare un assetto a cui non mi sento portato, e al quale non intendo forzarmi. Adesso, basta! Ne ho già più che abbastanza! Ne ho già più che abbastanza del farlo senza farlo che pratico anch'io, in virtù di quello capisco di non poter capire lo Zen, però intravedo ormai come si dipinge quel quadro, e i soliti modi di dire che non si può dire, mi hanno più che stancato. Basta, basta! Non pretendo mica l'aureola! Mi accontento di una infarinatura veloce, desidero soltanto sbirciare dal buco della serratura, ed esigo mi venga spiegato immediatamente il possibile che vedrò poi di arrangiarmi. Avanti, presto! In quattro e quattr'otto, voglio sapere cosa succede nel satori."

 

 

"Quando si entra nel Satori, ci si accorge che è tutto vuoto."

 

 "Vuoto? Ma quale vuoto?!"

 

"Vuoto di significato!"

 

 "Ah! di significato, di significato sì! Di questo sono sempre stato convinto, e credo di poter sfrondare ancora parecchio ma, quando poi si riesce a sbarazzare gli ingombri, nello stato di illuminazione, cosa si vede?!"

 

"Si vedono le cose così come sono."

 

 "Le cose così come sono? Lo dite anche voi? Ma guarda che combinazione. E le vostre, che aspetto avrebbero?"

 

"Sono uguali, e diverse dal solito."

 

 "Bè, c'era da aspettarselo. Più precisamente?"

 

"Non sono né belle, né brutte!"

 

 "Però!"

 

 "Però!" mi dicevo "Sembra quasi plausibile, perché se noi artisti superiamo talvolta l'orrore del "brutto", può ben darsi che gli illuminati scavalchino anche l'illusione del bello, e se quelli si affacciano di là da ogni discriminazione utilitaristica, c'è anche caso che contemplino le cose così come sono." "Mica male!" pensavo "Della pace dello spirito non mi importa poi tanto, ma le cose così come sono sarei immensamente curioso di vederle, sicché, voglio costruirne qualcuna al più presto."

 

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