Capitolo  9

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Ci sono dei proponimenti che taccio persino a me stesso, perché se li perpetrassi esplicitamente, la mia ragione si ribellerebbe. Li tengo nascosti alla periferia del cervello, e al bivio di ogni decisione gli vado incontro. Il così com'è era uno di quelli, la ceramica arancione sembrava capitata in quei pressi, e il suo bell'aspetto mi permetteva di abbandonare gli indugi.

"Com'è, sta' roba?" mi domandai a mente fredda "Abbastanza buona" risposi "Ciononostante, per una cosa così com'è, è decisamente troppo arancione, perché io che non ne conosco l'aspetto, posso soltanto attenermi alla descrizione di chi afferma di conoscerle, e se quelli le dicono né belle né brutte, per spacciare un surrogato della pacificata visione di un santo, non devo stimolare lo spettatore a cui, in questo caso, oltre ai pensieri, debbo inceppare anche i sensi. Devo mostrargli una scultura che non susciti ammirazione, ma soltanto interesse. Molto, interesse; altrimenti risulta noiosa, e non la nota nessuno. L'attenzione vi si deve smarrire senza scopo e soggetto, perdere la misura del grande e del piccolo, e trattenere il ricordo di una leggerezza perfetta. Invece questa grinfia aggredisce chiunque, e bisognerà allestire un marchingegno diverso."

 

*

 

Per consentire all'aggeggio di manifestare l'apparenza del così com'è, dovevo renderlo talmente inconcepibile da non sembrare pensato né fatto, né più o meno piacevole. Per fabbricare quel niente volevo usare la creta, di quella ritenni opportuno sfruttare le variazioni superficiali, così per non seppellire il loro minimo rilievo sotto l'intonacatura dello smalto, tentai di ottenere una malta auto-vetrificante

Mi serviva una pasta che risultasse satinata, sporadicamente bruciaticcia, rustica e preziosa già in prima cottura, però non fui capace di ottenerla. La sperimentazione mi fornì soltanto una gamma di smalti sabbiosi, e me ne accontentai.

Per quel primo esplicito tentativo di allestire una cosa così com'è decisi di riciclare l'impianto della precedente, al cui interno scelsi di evidenziare una struttura ad elle (L), in virtù dell'impressione di sgangherataggine che mi comunicava. Selezionai quel profilo che aborrisco perché non volevo rappresentare il così com'è che non conoscevo, ma piuttosto fabbricare un marchingegno ottico capace di farmi sostare in bilico fra la stupefazione e l'orrore, sospeso in un'emozione senza emozione, quale ritenevo si provasse alla vista delle cose così come sono; quindi, sempre cercando di immaginare la probabile reazione di un ipotetico spettatore, che è poi una maniera di verificare quel che combino fingendomi un altro, per manifestare ad entrambe il carattere che avevo intenzione di cogliere, decisi di far apparire gradevole una forma manifestamente sgraziata, per cui affrontai la lettera elle che dentro le parole non mi dava nessun fastidio, ma che da sola mi faceva un pessimo effetto. Detestavo quella foggia visceralmente perché una scultura va bilanciata come un mazzo di fiori, e della elle, non ero mai riuscito ad equilibrare la brusca deviazione della base. Quella lettera mi rammentava certe case di campagna con finestre porticato giardino seggiole e ombrelloni sul frontespizio e dietro niente, mentre invece, una scultura deve lasciarsi guardare da tutte le parti. Si possono costruire sculture di tutti i tipi in molti modi diversi; personalmente preferisco ammorbidire il discorso con una miscela di puntualizzazioni ed accenni, poi sono solito esporvi un'opposizione che gli fornisca più piglio; cerco di facilitarmi il compito, ma gradisco soltanto gli adempimenti difficili, e del lato esterno della lettera elle, mi interessava la maniera di pararsi a contrasto dello spazio che evocava.

Confidando nel trapezio e nelle prove effettuate sulla ceramica arancione, tentai di impegnare la veemenza ottica delle foracchiature a mutare la percepibilità di quella forma che desideravo nettamente stagliare e contemporaneamente nascondere. Volevo che campeggiasse nitida come le enormi lettere al neon scatolate di plexiglas che svettano sopra gli hotels, e per stornare la riconoscibilità del simbolo grafico, progettai di aumentare l'impatto emozionale della struttura a se stante o del suo aspetto che mi coinvolgeva di più, che era quel lato a strapiombo sul nulla. Lo immaginavo piantato al limite di un deserto, trapanato dalle sabbie, indurito dal sole a fronteggiare la desolazione oppure a generarla, e dietro la parete a ridosso del suo angolo interno, leggevo invece un riparo.

La forma mi sembrava caratterizzata da queste due diverse situazioni ambientali, e ritenevo di dover esplicitare e risolvere le differenze in uno stato di equilibrio capace di manifestare allo spettatore la crudezza dell'opposizione , senza recargli disturbo. Era una scultura con un retro da mostrare, era un frigorifero da piazzare in mezzo alla cucina, mi sembrava una ipotesi interessante, ma da un paio di angolazioni il suo muro verticale si mostrava di taglio a ricordare con troppa evidenza il fittone della lettera elle, che spiccava striminzito sulla di lei base grossissima. Cercai allora un compromesso accettabile, e aggiunsi un tramezzo a formare una X, poi fui costretto a bilanciare quest'ultimo con una doppia V, torsi conseguentemente uno spigolo in fuori, e attuai un'elaborazione doviziosamente infarcita di ripieghi.

 

*

 

Questi brutti cosi che trasgrediscono le convenzioni del bello, per poter eludere la dogana del giudizio devono sgattaiolare sveltissimi attraverso le pupille dell'osservatore il quale, con gli occhi, è generalmente più spregiudicato che col pensiero. L'occhio è più antico, più acuto, più intelligente. Ma ciò nonostante, per impedire al raziocinio di mettersi in mezzo, bisogna organizzare un depistaggio perfetto, e se si vuol far sembrare accettabile quel tipo di aggeggi, bisogna escogitarne di talmente brutti da non consentire a nessuno di paragonarli a qualcosa.

Per comunicare la mia supposizione del così com'è, dovevo spingere l'osservatore nella contraddizione di sentirsi percettivamente attratto e concettualmente impossibilitato, a star lì come un sasso a guardarne un altro, nell'insolita situazione di gradire una specie di niente; però quell'inganno era soprattutto una sfida che volgevo a me stesso, perché la sua fabbricazione mi costringeva a nascondere non soltanto la premeditazione di costruirlo, ma addirittura l'intervento di un artefice umano; per cui mi trovavo obbligato ad un'autonegazione che interpretai vietandomi le sottolineature armonizzanti, senza le quali convincere lo spettatore a sconvincersi momentaneamente di tutto era molto difficile, perché allo scopo, potevo soltanto fornirgli un super casuale coi fiocchi.

 

*

 

Squassai le superfici, incalzai la forma a mostrarsi variamente spaventevole, e fluidificai la successione degli orridi.

Mi caricavo di furia, la gettavo contro la scultura, condividevo il suo strazio e mi strizzavo come uno strofinaccio. Lusingavo l'urtante e stroncavo le piacevolezze, somatizzavo l'impalcatura dentro le ossa poi stavo lì anchilosato a rimetterle in sesto, e ci voleva una fibra da maratoneta, perché il pezzo accresciuto da una parte diventava scarso da un'altra, un suo lato favoleggiava un rudere e l'opposto un ferro da stiro, e il tormento sembrava non avere mai termine. Guardavo la foggia e avvertivo un gran torcicollo, spostavo qualcosa e sentivo un groppo allo stomaco, quindi sembrava tutto aggiustarsi, pareva scorrere e si inceppava subito dopo. Col passare dei giorni andò sempre peggio, poi quando non m’infastidì più nulla, dichiarai la modellazione conclusa.

"Può andare!" dissi "L'angolo ripiegato sul dorso è un po' acerbo, quello compensativo all'interno è troppo grande, ma all'estremità del basamento cresce un bitorzolo che pareggia i conti. C'è un anfratto con delle stalagmiti orizzontali, un buco grosso che passa di sotto, dei fori che filtrano la luce ed altri che invece l'assorbono, un profilo che evolve in tante fogge bizzarre, un divisorio sospeso che ne raccoglie le spinte, una trattazione che ravviva l'assunto, più vari equilibri tessuti in un tutto. C'è dovunque un po' troppo, e sembra che funzioni."

 

*

 

La smaltatura, fu facile. Screziai un grigio dentro alla grotta, ne scivolai fuori con un pigmento sabbioso, ricoprii  la  base con una pastella più cupa,  stesi  il massimo

scuro sul retro che volsi alla fiamma del forno, e ne trassi una ceramica che non mostrava nessuna leggiadria. Il suo corpo piegato suggeriva uno schianto da far rizzare i capelli, la forma sembrava un pezzo d'inferno, però la trama degli strappi era come una musica, e le sue connessioni distoglievano dall'orrore del niente.

"Proprio un bel brutto!" dissi "Desideravo costruirne da sempre, sono contento di esserci riuscito,  tuttavia  non   intendo più fabbricarne,

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perché ha l'incanto terrifico dei vulcanismi nordici, mentre io mi trovo meglio più a sud. E oltre a questo, non è ancora quello che cerco. E' teso, tetro, tormentato, prolisso, invece, le cose così come sono dovrebbero mostrarsi semplici. Non va'. Devo provarne un'altra."

 

*

 

Ispezionai la mia collezione di casuali doc, e scelsi il più strano. Era un coso di nove centimetri per dieci con un gnocco nel mezzo, sembrava un insetto e non aveva le zampe, i suoi volumi scattavano veloci dal grosso al sottile. Tentai di ingrandirlo, ma ne sciupai la vitalità, perché il prototipo sfoggiava la spigliatezza di un gesto inconsapevole, mentre la replica tradiva l'insistenza delle ditate. Per eguagliare il frammento mi sarebbero servite delle mani da gigante, incamerai un respiro, e cinsi la scultura fra le braccia pressandola in un perimetro quadrangolare. Le giovò! La stretta ridusse gli sprazzi, e ammorbidì l'assieme spiegazzandolo parecchio. Non potendo stirarlo, esacerbai la sua agitazione con un fitta butteratura. Traforai le creste per renderle nuovamente leggere, dilavai le angolosità, scavai dei crateri.

Per colorare il pezzo ombreggiai gli smalti con un pizzico di ossido di manganese che dette loro una disgustosa inflessione viola marroncino che scelsi di proposito non dirò nuovamente perché, e che tentai in seguito di smorzare con numerose velature che mi costrinsero a ricucinare la ceramica per ben cinque volte.

 

*

 

Nel mio lavoro non si raggiunge mai la sicurezza di un risultato, e per affrancarmi dal dubbio devo potermi meravigliare di quello che faccio. Però, com'è ovvio, dopo aver lungamente accudito un'opera non posso certo sorprendermene come se non l'avessi mai vista, per cui alla fine, mi accontento di trovarla migliore di come l'avevo pensata. Guardandola, voglio godere anch'io, per Bacco, e se riesce a stupirmi, mi convinco della sua qualità. Chi dovrei interpellare? Alle incertezze, bisogna mettere un limite, e quando riesco a realizzare più di quello che so, sono a posto. Cosa dovrei pretendere ancora? Non è mica una gara. Mi propongo qui di scoprire cosa mi piace maggiormente, e non potrei prefiggermi nessun altro scopo, perché il perseguimento di un diverso obbiettivo mi toglierebbe la lucidità necessaria, e non mi darebbe l'energia sufficiente a indagare, distillare, poi di nuovo, quindi un'altra volta da capo e, se l'opera non mi permettesse di accedere a quel non so che, sceglierei un passatempo meno faticoso, o un impiego più remunerativo.

Se non fosse per quel chissà cosa, non farei certo quello che faccio, e se scoprissi un modo più facile di avvicinarlo, lo adotterei subito, perché il meglio che si scorge operando non è quasi mai chiaro nemmeno a chi lo evidenzia, il quale resta frequentemente ignorato senza sapere nemmeno se a torto, e non c'è soluzione: si tratta qui l'ineffabile! Per cui chi lo cerca, può soltanto affidarsi alle sue preferenze, e se la limpidezza necessaria a quell'atto fosse facilmente reperibile, realizzare delle opere d'arte, non sarebbe nemmeno difficile.

Chiunque potrebbe munirsi di colori, andare o restare in un luogo che gli piace, scegliere un soggetto che gli piace, raccontare attentamente le specifiche piacevolezze dell'assieme prescelto, e voilà, l'opera d'arte, sarebbe bella che fatta; risulterebbe magari un po' incerta, ma avrebbe un'anima: vi si potrebbe osservare il rispecchiamento dell'anima di qualcuno, e sarebbe già sufficientemente apprezzabile.

Se l'emozione che ci procura l'intorno si lasciasse facilmente distinguere, produrre delle piccole opere d'arte riuscirebbe abbastanza semplice, ma se la nostra opinione delle cose non ce le velasse in chissà quale misura, non avvertiremmo neppure quel senso di insoddisfazione di separazione e di rimpianto, che spinge alcuni a tentare di ricongiungersi ad esse con una interpretazione del loro aspetto, o un'incentivazione del loro effetto; per cui chi le sa, se esiste, non concepisce neppure l'idea di raccontarle, e chi invece lo desidera, deve prima necessariamente imparare ad interrogare il suo specchio.

Per capire la valenza di ciò che si vede, bisogna diventare come un topo nel formaggio, che gusta, guarda, tocca, odora, e tanto ne è preso da non pensare probabilmente a nient'altro. Bisogna identificare il sapore che ci seduce di più, poi dimenticarcisi dentro. Non deve contare più nulla! Quello che importa, è il formaggio. Bisogna riconoscerne il gusto, e scordarsi del resto: bisogna immergersi in ciò che si compie o diventare quello che si osserva, o trovare un qualche altro sistema di togliersi di mezzo. Il mio personale, è di non opporre resistenza al soggetto, e a quel modo, qualche volta, mi stupisco dei risultati che ottengo. "Come ho fatto?" mi dico "Intenzionalmente non avrei potuto, e immaginativamente nemmeno. Che piacere, che tormento, che silenzio, che fracasso, che meraviglia. Potenza del mezzo, potenza del metodo." Potenza comunicativa dei materiali concreti, e della mia capacità di trattarli. Penetratività dell'osservazione distaccata, e dell'esposizione metodica di questo e di quello affrontati passo dopo passo ordinatamente, col pensiero fermo a svolazzare dovunque come una mosca, senza mai deviare dalla organizzazione algebrica di ciò che mi sembra di più, in un coso deputato a mostrarsi. E prima della conclusione, non so mai come vada a finire. Intanto che agisco, mi chiedo: "Sono davvero attento alla particolarità del soggetto, o mi distoglie la fantasia di qualcos'altro? Chiarisco l'effetto di quello che tratto, o lascio che la mia immaginazione lo distorca?" Di solito, non lo so. I due atteggiamenti si combinano in varie proporzioni, così non capisco mai bene quale prevalga. Bisogna aspettare il compimento dell'opera, poi capita di dover attendere ancora parecchio. Capita di tutto e, alle volte, mi succede di essere anticipatamente certo dell'esito. Quando riesce facile no, perché non è facile, e quando fatico nemmeno, perché non è poi neppure un supplizio. Sono sicuro quando lo sento, e anche in quei casi tante volte mi sbaglio. Ero sicuro di quella cosa così com'è, e non vedevo l'ora di guardarla bene.

 

*

 

Estrassi la ceramica dal forno, la poggiai su un piedistallo, poi la spostai su un tavolo, poi di nuovo sul piedistallo con un piano sotto. Non sapevo dove metterla! Di lato si capiva poco, da sopra dava le vertigini, non s'adattava a nessun luogo e non si lasciava osservare in nessuna maniera.  Ero disorientato. "Cosa  è  successo?

L'ho infarcita abbondantemente, e la ritrovo vuota, l'ho costruita e non mi ci raccapezzo, per cui…calma! Ricapitoliamo: i due buchi più grandi cingono i fianchi del gnocco e al suo interno c'è un anfratto piccolo, si aprono dei calanchi, delle spelonche e degli orridi, la forma è contrappuntata di crateri che sfondano il piano d'appoggio, ci sono dei rifugi per gli orsi, per i pesci e per gli anacoreti, c'è un notevole assortimento di ombre, i rilievi vengono bilanciati  dai  due laghetti,   le  due valli  diverse

                 centimetri 42 x 46

sono pareggiate con superfici differenti, si vedono le chiazze dei licheni, le cacche dei gabbiani, le pozze di sale e la creta pirofila che rosseggia da sotto. E' un luogo, una verdura, un sasso, un biscotto; non è niente, e sembra parecchio. Ce l'hai fatta! E' il cosi com'è che volevi; non sei contento?"

 

*

 

A ben guardare mi piaceva abbastanza, però la prima impressione mi aveva stizzito. C'ero rimasto male. Ero stanco, e decisi di rimandare il giudizio ma, il dì appresso provai lo stesso spaesamento del giorno precedente, e il pomeriggio dopo accusai ancora un disagio iniziale.

"Accidenti!" dissi "Queste cose così come sono, non mi piacciono mica tanto, e se il superamento della discriminazione dualistica le fa avvertire tutte a quel modo, ritengo sconsigliabile il sorpasso. Ma dove si è mai visto, un aggeggio del genere? Questa, non è, una cosa così com'è! Questa, è una scultura fatta apposta per paralizzare chi la guarda. Ci riesce senza infliggere dolore, a dosi omeopatiche riesco quasi a gradirla, però le cose, non sono, così! Non sono così per nessuno! Nessuno! riuscirebbe a sopportarle. Ohibò, ma scherziamo? Se la mia prefigurazione è attendibile ed io suppongo di sì, quei sedicenti illuminati raccontano un sacco di balle, perché chi finisse a vedere tutto a quel modo, si suiciderebbe all'istante. Non ho dubbi, ne sono assolutamente sicuro. Chi dice di vedere le cose né belle né brutte, o si esprime male, o dichiara il falso probabilmente fidando di non poter essere smentito. Gliele farei vedere io, gliele farei vedere. Sarei davvero curioso di vedere che effetto gli fa, anzi nemmeno! Basta, basta! Non voglio più saperne! Perché la costruzione di opere che gradisco soltanto dopo mezz'ora di osservazione, mi condanna a non trovare mai un acquirente che abbia voglia di spendervi del tempo, per cui d'ora in avanti, non intendo tentarne mai più. Ma guarda che fregatura! Sarebbero queste, le cose così come sono? Ma va là, se ne potrà convincere chi è solito convincersi per forza, ma con me non attacca, perché sta' roba né bella né brutta mi stuzzica, però non mi piace abbastanza."

Volevo visitare un paradiso, ed ero finito sopra un picco spellato. Rocce disanimate, vento, solitudine. Mi sentii in pericolo. Volsi in discesa, e corsi incontro ai profumi della pianura.

 

*

 

Notai dei cactus.

In un manifesto ne vidi di bizzarri che parevano sempre sul punto di franare. Mi piacquero. La loro regola sembrava l'eccezione.

Il primo che plasmai, era un asparago afflosciato che incorporava uno spazio vuoto. La straordinarietà della foggia esercitava un notevole impatto, ma era assai deprimente e lasciai subito perdere. Avevo scelto e forse anche notato i cactus ,perché desideravo distanziare l'indeterminatezza delle cose così come sono. Avvertivo ancora il loro gusto mortifero, e volevo liberarmene in fretta.

Ero determinato a sottolineare l'equilibrio dei cactus, e vuotandoli in parte sarei riuscito a comporne di sorprendenti, però caricaturando la loro asimmetria ne avrei sciupato la tipicità, per cui preferii condensare un estratto della loro tensione statica. La cercai col filo di ferro, la concretizzai col trapezio, la chiamai pianta forzuta.

Considerando da subito che una scultura si legittima in rapporto allo spazio circostante, scelsi di determinare la postura di pianta forzuta già in fase di realizzazione e non dopo perché, dato il bizzarro contorcimento del vegetale, se avessi tentato di mettere in equilibrio la ceramica già cotta limandone la base, l'imprevedibile conseguente angolazione, l'avrebbe sicuramente fatta apparire balorda come una sedia in bilico su di una gamba sola. Quindi, per fare in modo che il baricentro della struttura risultasse perpendicolare al suo piccolo piedistallo, tenevo d'occhio le oscillazioni della griglia di sospensione e, poggiandovi sopra dei sassi per conservarla orizzontale nella prima fase in cui le masse che le andavo appendendo tendevano ad inclinarla, e aggiungendo nuovi volumi al modellato anche in funzione della necessità di eliminare i sassi, mi fu possibile stabilizzare la forma nella posizione desiderata.

Quella  di  pianta  forzuta  fu  una costruzione  particolarmente difficile,  perché  alle 

solite incombenze esecutive si aggiunse l'obbligo di rincorrere le urgenze indotte dalla distribuzione eccentrica delle masse, ma quel vincolo si dimostrò produttivo, perché mi portò ad azzardare delle aggiunte imprevedibili come il vegetale che stavo trattando.

Anche se non suggerisce nessun movimento, pianta forzuta pare agitarsi nella sua fissità. E' un concentrato di potenza. E’ un fascio di nervi tesi al massimo sforzo,  strattonati dal  peso dei volumi che si compensano. Sembra un corpo con un braccio solo, ha un pugno minacciosamente grosso, e la sua corteccia racconta un'infinità di travagli.

Pianta forzuta sta ferma, ma si mostra volitivamente adeguata alle contingenze e, le sue  deviazioni    sono    talmente   varie     e   il     loro

       centimetri 46 x 35

approdo così inconsueto, che  a guardarla  si cede all'impulso di attribuirgli una consapevolezza. Sembra dire: "Io sto, fortissimamente! Mi conservo perpendicolare al mio centro, e mi espando ai limiti delle mie possibilità."

 

*

 

Pianta forzuta, mi sembrò la più bella ceramica che avessi mai fatto. "Oh! Questo sì, che è un cactus." dissi "E' nero, gli mancano le spine, però non se ne troverebbe un altro più cactus di quello. Ho eliminato le minutaglie con cui identifichiamo la specie, ho denudato la particolarità che ci suggestiona maggiormente, ed eccolo lì, più cactus di un cactus, ad esemplificare il suono delle cose in se stesse. Questa, è la loro voce. Questa, è una cosa così com'è. Questa sì, che è un'opera d'arte!…Un momento, non ci avevo ancora pensato ed è invece evidente. Ma certo! è pacifico! è chiaro: le opere d'arte, mostrano il così com'è. Che stupido! ci stavo seduto sopra e non lo vedevo. Lo cercavo in assoluto, quindi non potevo trovarlo. E pensare, che Shuzan l'aveva detto: ""Se questo lo chiamate un bastone corto"" aveva detto, ""vi opponete alla sua realtà, e se non lo chiamate un bastone corto, ignorate il fatto. Orbene, come volete chiamarlo?"" Lo chiamo pianta forzuta, ecco, come lo chiamo, perché da ciò che mi sembra adesso di intendere, si proibisce qui di definire bastone un bastone, perché i nomi che diamo alle cose non indicano la loro realtà ma soltanto la relazione che intratteniamo con esse, e al contempo si vieta di ignorare quest'aspetto, perché se ci percotessero la testa con un bastone, di fatto non potremmo non distinguerlo da un cuscino;.Per cui, in pratica, ritengo che Shuzan non chieda di dire o non dire bastone, ma di dirlo e simultaneamente non dirlo, il che, equivale a domandare un'esemplificazione che concili le cose autonomamente in se stesse, e le cose per come noi le avvertiamo referenziandocele e, se si tratta soltanto di questo, faccio presto! Lo chiamo pianta forzuta! ecco come lo chiamo, e non soltanto lo chiamo, ma mostro anche come sono le cose così come sono, ovviamente per me. Che diamine, è relativo, lo so, e allora? Come potrebbe altrimenti essere? E' così, non se ne scappa. Però la mia non è soltanto un'opinione, ma anche una cognizione! Ho cognizione di ciò che delle cose mi piace, di come posso mostrarlo, e so di illustrare degli aspetti che subordinano la nostra percezione e non piuttosto il contrario, perché ho esperienza di come nel mio caso la scelta e l'interpretazione di un soggetto non siano quasi mai subalterne a quel che ne penso a priori, per cui, so di non sapere com'è, ma so come andarlo a trovare di là da ciò che conosco." Faccio così: quando una cosa mi pare stranamente piacevole, individuo i caratteri visivi che me la rendono grata, poi elimino riduco o interpreto le connotazioni che veicolerebbero lo spettatore a trafficare il tema nel suo solito modo, e fabbrico una scultura in ceramica nera, che sembra più cactus di un cactus. E' questo, il mio lavoro. Mostro l'essenza visiva di quello che esiste: quella che ci influenza a prescindere da come possiamo supporre che sia. Fabbrico una passerella che permette di ripristinare il contatto con un pezzo di realtà, e accordo il primate col sapiens sapiens. Ecco! Cosa faccio e, mi prodigo sempre a vantaggio del primo, e mai del secondo che è già troppo invadente. Gli allungo un boccone per metterlo in moto, poi lo lascio a stecchetto per impedirgli di correre, perché la bestiaccia sa rendersi utile, ma ci impedisce di godere il giardino. A questo, serve l'arte. Ci aiuta a ridiventare un po' scimmie. Oh, era ora! Sono sempre stato convinto della sua utilità, ma non ero mai riuscito a trovargliene, però adesso che vi distinguo un superamento del pensiero razionale, so di poterla definire un argine. E' un argine che impedisce al dualismo di travolgerci completamente, è un'istantanea che mostra come sono le cose per noi, prima ancora che cominciamo a considerarle in funzione di noi stessi e, se qualcuno non ce le avesse sempre mostrate, la nostra capacità di apprezzarle sarebbe molto inferiore. Se le opere non ci fornissero l'occasione di acquisire consapevolezza dell'esperienza che facciamo della realtà nei rari o frequenti intervalli in cui la guardiamo senza pensarla, fuori dai confini di ciò che riteniamo utile percepiremmo soltanto dei cumuli di rifiuti, e passo dopo passo lungo quella trincea, sprofonderemmo nell'infelicità più imbecille. Se non avessimo perfezionato una procedura che ci permette di conoscere le cose così come sono per noi, osserveremmo il cielo soltanto metereologicamente in funzione dei nostri radicchi, e segheremmo gli alberi per non dover poi spazzare le foglie. Se non avessimo sviluppato quella forma di compensazione del pensiero che è l'arte, il nostro programma logico ci confinerebbe in spire esistenziali sempre più strette, e col passare del tempo ci trasformeremmo in salsicce."

"Beh!" dicevo "Proprio in salsicce no, ma in un'accozzaglia di tangheri sicuramente sì, perché il nostro utilitarismo è così pertinace da fiaccare anche la grazia dei fiori, e se non provvedessimo a celebrarla, l'apprezzeremmo sicuramente di meno. Come la frutta, ad esempio: che ne è successo, della sua bellezza? E' decaduta! I pittori bravi hanno smesso di ritrarla, e dal trionfo della sala da pranzo è passata in cucina. Era inevitabile! Quel che gli artisti trascurano presto o tardi sparisce, tant’è ch’è scomparso addirittura il Vesuvio! Chi lo nota più, il Vesuvio? Adesso che non lo dipingono, per noi, ha quasi cessato di esistere. C'è poco da fare! Siamo astratti, distratti e concettosi. Se l'arte non ci riportasse con i piedi per terra ci mancherebbe la presa, e infatti sento sempre più frequentemente affermare: "Ho tutto, ma non gradisco più niente." "Ben ti sta!" gli dirò la prossima volta "Mi fa proprio piacere: se tenevi il divano vecchio e comperavi i miei mozziconi, stavi meglio."

 

*

 

L'ampiezza di quella nuova lettura, mi strabiliava. Il cielo mi pareva più alto, l'orizzonte più vasto, mi sembrava di vedere le opere di tutte le latitudini e di tutti i tempi in un colpo solo con tutto ciò che vi era stato mostrato, e scorgevo la strada che avevo percorso. "Ma guarda un po' dove sto" dissi "Ma guarda dove sono passato. Credevo di essere andato a zonzo, mentre ho invece sempre seguito le cose così come sono. Ecco, cos'ho fatto, e adesso che me ne rendo conto, me ne compiaccio tantissimo, perché se l'oggetto dell'arte è la nostra realtà, non me ne sono distolto neppure quando volevo produrre soltanto degli arredi, e se l'opera è il veicolo che ci trasborda di là dalle categorie del pensiero fino alle cose così come sono per noi, i miei vasi a mosaico, sono dei vagoni di prima classe. Ora finalmente comprendo cosa mi sembrava speciale in quei cocci, e mi accorgo di averlo raccontato con estrema delicatezza. Ho sciolto il così com'è nella minestra dell'osservatore, gliel'ho sussurrato in una ninna nanna, gli ho allestito un percorso estetico di tutto riposo, e gli ho riversato i bucati nella zucca. Non se ne sarà nemmeno accorto! Si porterà appresso la capacità di apprezzare una presenza che non avrebbe mai saputo notare, e sarà magari di quelli che mettono in dubbio l'utilità degli artisti. Ed io, dovrei svendergli i miei vasi ad un prezzo artigianale? Piuttosto, li distruggo! Non sono mica delle fioriere, so ben io, cosa contengono questi."

 

*

 

Pensavo di aver dipinto degli acquarelli, assemblato dei mosaici e plasmato delle ceramiche, invece scoprivo di aver sempre tallonato la medesima essenza e, la sua particolarità, mi portava a riconsiderare il valore della mia produzione. Già sapevo di aver costantemente inseguito ciò che mi pareva migliore, ma non capivo di che tipo fosse, e a vederlo affiorare così chiaramente, me ne compiacqui. "Quante tecniche" mi dissi "Quante sostanze, quante soluzioni, quanto lavoro. In questi vent'anni ho esplorato un'infinità di temi, e la qualità dei risultati testimonia la fecondità del mio approccio. Ho addirittura esagerato, perché cambiando così frequentemente linguaggio mi sono reso irriconoscibile, poi ho trascurato la commercializzazione per indagare sempre nuovi prodotti, così non ho beccato una lira da nessuna parte. Cosa ci posso fare? Sapevo, che non mi conveniva, ma non riesco a correggermi e ne sono comunque contento, perché la varietà di quello che ho costruito ha raggiunto la massa critica sufficiente a palesarmi più eclettico che incostante, per cui a questo punto, voglio trarne le conseguenze. Basta! con queste miserie: di mostre, non ne allestisco più, e anche se mi chiedono un vaso, non lo vendo!

Neanche a farlo apposta, mi è subito capitato di poterne piazzare tre. "No grazie" ho risposto. A snobbare il denaro ho provato un piacere sottile, ma spero che non diventi un vizio.

"Non vendo niente!" dissi "Voglio prima potermi spiegare! Prima di disperdere la mia produzione, voglio mostrare che le mie cose colgono tutte lo stesso bersaglio, che la loro non è soltanto una qualità materiale, e che la mia cosiddetta cifra stilistica, è quella di privilegiare soprattutto la riconoscibilità del così com'è del soggetto che tratto. A proposito, se l'artista svela il così com'è da cui il pensiero ci distoglie, quelli che figurano le loro congetture o che fagocitano indiscriminatamente le altrui, cosa fanno? Chi sono, questi che remano contro? Chi li ha imbarcati? E adesso, come la mettiamo? Con la confusione che c'è, i pochi pezzi che potrei esporre in una galleria, non verrebbero sicuramente capiti. Come minimo, ci vorrebbe un'antologica ma, agli sconosciuti non le propone nessuno, per cui, non so come fare. Bisogna che inventi qualcosa."

 

*

 

Riconosciuto ciò che mi piaceva da sempre, ripercorso le fasi dell'avvicinamento, rilevata la mia posizione, e tiravo le somme. "Adesso, so!" esclamai "Mi affranco dal dualismo soltanto quando osservo, ma non sono sicuramente un Hakuin (il monaco baliasciutta), perché il mio distacco non si estende alle situazioni, ma si limita soltanto alle cose. Le vedo in virtù dell'educazione che ho ricevuto e della ricerca che ho condotto, così che pur non essendo saggio né tanto meno innocente, quando non ho bisogno di coltivare il mio interesse, guardo senza pensare a nulla. Sono un pittore! Tant'è  che se non intendo tuffarmi, laghi e pozzanghere mi appaiono uguali. Mi hanno insegnato a dipingere ciò che si vede, l'ho conosciuto diverso da come lo penso, e pur non sapendo controllare la mente, so approfittare delle sue esitazioni. Mi basta un attimo. Conosco il carattere di quella sospensione e la qualità che si svela, e quando percepisco un così com'è, riesco poi quasi sempre a stanarlo. Chi raggiunge un distacco perfetto, chissà cosa vede? Dicono alcuni né il bello né il brutto, ma non me ne posso convincere. Né bello né brutto? A me, risulta ben altro. Me lo conferma la ricapitolazione di ciò che conosco. E’ bellissimo! Altro che storie, e  per fare la verifica, basta guardare le opere d'arte. Abbiamo rappresentato di tutto, e si può chiaramente vedere com'è. E' splendido! E’ superlativo! E’ quasi troppo!"

 

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Sapevo, che è tutto bello. Già lo sapevo, ma lo sapevo di meno. Ero già stato informato. Qualcuno mi aveva detto: "Dieci minuti fa, camminavo, ero più infelice del solito, poi ho visto improvvisamente tutto bello. Belle le cancellate, i suoni, i lampioni, le formiche e le altre cose presenti; al cospetto di tanta bellezza la mia pena mi è parsa insensata, e adesso sto bene."

Era scossa, agitava le braccia, ripeteva continuamente: "E' tutto bello" scrutandomi dubbiosa che potessi comprendere. E in effetti, riuscivo soltanto a crederle: cosa si può capire, di ciò che non si sperimenta di persona? Poco, pochissimo, quasi niente, e anche adesso riappiccicando assieme dei quadri, ricompongo soltanto un tutto bello teorico.

 

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Le cose così come sono non sarebbero né belle né brutte? Stupidaggini, sofisticherie metafisiche, manfrine retoriche. Per noi, è tutto bello, ne sono sicuro, e quando ho voglia di immaginare com'è, mi basta osservare l'intorno come se dovessi soltanto dipingerlo. Cosa ci vuole? E' tutto talmente bello, che si può fare un bel quadro con qualsiasi cosa. Però nonostante i miei sforzi, non riesco mai ad abbracciare l'insieme.

"Non capisco la totalità, non me ne incanto, non provo la super meraviglia. Non mi succede, maledizione. Non c'è rimedio, dovrei diventare migliore se non addirittura diverso, ma non ne ho voglia. Al massimo, posso sforzarmi di non peggiorare." dissi "Per riuscirci devo impegnarmi come al solito senza però pretendere nulla, e dovrei anche esserne contento. Uffa, che fatica. Doveva proprio capitarmi un'incombenza del genere?"

"Per continuare a godere del mio lavoro" pensavo "debbo accettare il destino che mi tocca. E' inutile, che mi arrabbi: tratto un materiale problematicamente semplice, lo intravedo soltanto adesso, e non posso aspettarmi la comprensione di nessuno. Devo diventare paziente, umile, tollerante. Bisogna che mi impegni senza riserve, tanto, non ho alternative, perché potrei dire di avere sempre fortemente voluto fare l'artista, ma ho anche varie volte desiderato di smettere, e il caso, mi ha riportato immancabilmente allo stesso mestiere: le mie fidanzatine trovavano finalmente marito, oppure ricevevo un'eredità che mi lasciava libero di fare ciò che volevo, ma avevo i soldi per scegliere una cosa soltanto. Quale dovevo preferire? Cosa dovevo fare? Lo devo fare proprio io? Va bene! se mi spetta, lo faccio, però se non lo vendo entro i prossimi dieci anni, giuro che spacco tutto."

 

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